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5 novembre 2011 6 05 /11 /novembre /2011 12:50

fumo_tumore_reni_vescica-300x223.jpgL’Italia è tra i primi posti in Europa per incidenza del tumore della vescica con circa 20 mila persone che si ammalano ogni anno. E le diagnosi sono in costante aumento. Le cause? Anche se molti lo ignorano «nella metà dei casi è colpa del fumo e, a seguire, della sedentarietà. Probabilmente anche di una dieta scorretta e dell’abuso di alcol, ma su questo ancora non ci sono certezze» dice Pierpaolo Graziotti, primario dell’Urologia all’Istituto Humanitas di Milano e vice-presidente dell’Associazione urologi italiani (Auro ), riunita a congresso nei giorni scorsi a Sorrento. Oltre al tabacco, tra i fattori di rischio certi per la malattia c’è anche l’esposizione cronica alle amine aromatiche e alle nitrosamine (frequente nei lavoratori dell’industria tessile, dei coloranti, della gomma e del cuoio), un problema virtualmente risolto perché queste sostanze sono ormai fuori uso da molti anni. Non è da escludersi, però, che parte dei casi scoperti oggi siano conseguenza del loro passato utilizzo (visto che il periodo di latenza,fra l’esposizione e l’insorgenza del cancro, oscilla tra sei e 20 anni, con una massima estensione fino a 45 anni), motivo per cui chi è stato in contatto prolungato con questi agenti cancerogeni debba oggi prestare particolare attenzione a eventuali campanelli d’allarme.
«Al momento purtroppo non esistono programmi di screening o metodi di diagnosi precoce efficaci – precisa Paolo Puppo, urologo e direttore dell’Istituto Tumori di Genova -. Ecco perché, oltre a smettere di fumare e seguire un’alimentazione sana, è fondamentale non sottovalutare mai il primo segnale che c’è qualcosa che non va: la presenza di sangue nelle urine». Oppure, più raramente, un’irritazione vescicale simile alla cistite. In tal caso, rivolgendosi a uno specialista, con un’ecografia dell’addome si capisce spesso di cosa si tratta. In presenza di un carcinoma, una diagnosi precoce significa nella stragrande maggioranza dei casi poter puntare alla guarigione. E salvaguardare la qualità di vita, se s’interviene presto con la chirurgia conservativa.
«In realtà esistono due tipi di tumore alla vescica diversi fra loro come il giorno e la notte – spiega Puppo -. Quelli cosiddetti “a basso grado di malignità” rappresentano l’80 per cento dei casi, si ripresentano spesso con una recidiva, ma non uccidono quasi mai. Gli altri, quelli “ad alto grado”, progrediscono velocemente, danno metastasi e sono purtroppo letali. Negli ultimi anni questa distinzione è emersa chiaramente e – sulla base della diagnosi istologica - abbiamo potuto migliorare le cure, sviluppare nuove strategie». In presenza di un carcinoma ad alto grado, insomma, si procede a trattamenti più  aggressivi fin da subito. In ogni caso prima di procedere a un intervento chirurgico demolitivo di cistectomia (ovvero l’asportazione  della vescica) si valuta sempre la possibilità di una nuova  resezione endoscopica, sulla base della quale modulare il programma terapeutico. «Grazie al narrow band imaging (uno strumento che emana una peculiare luce blu che illumina meglio i margini del tumore) siamo poi in grado di asportare in modo più completo la massa neoplastica, riducendo notevolmente il numero di recidive» dice Puppo. In ogni caso la cistectomia oggi può essere effettuata risparmiando non solo la funzione minzionale attraverso l’uretra , ma anche la funzione sessuale. Grazie ai progressi nella diagnosi e nelle cure, sebbene i casi siano in aumento «la mortalità per questa forma di cancro è in costante diminuzione – conclude Graziotti -. Ed è bene ricordare che l’esperienza del centro a cui ci si rivolge può fare la differenza per i pazienti e per la loro qualità di vita».

(a cura di Vera Martinelli, Fondazione Veronesi)

FONTE: http://www.corriere.it/salute/sportello_cancro/11_novembre_04/vescica-tumore-fumo-martinella_ddad7ff8-0483-11e1-89f9-a7d4dc298cd1.shtml   link

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4 novembre 2011 5 04 /11 /novembre /2011 03:03

occhiobionico.jpgL’occhio bionico, chiamato Argus II, potrà ridare la vista ai ciechi. L’intervento, durato quattro ore, è perfettamente riuscito. Il dispositivo è composto di elettrodi collegati direttamente alla retina che ricevono le immagini da una microcamera montata su un paio di occhiali speciali.
Un’equipe di medici dell’Università di Pisa ha eseguito la prima operazione al mondo di protesi retinica, restituendo parzialmente la vista a un non vedente. L’intervento è avvenuto su un paziente di sessanta anni di Prato, affetto da una grave forma di retinite pigmentosa, quasi completamente cieco. Con la straordinaria operazione durata circa quattro ore, la prima di questo tipo al mondo, l’equipe medica ha restituito parzialmente la vista al paziente, attraverso l’inserimento di una protesi alla retina.
“L’operazione è durata meno di quattro ore e non ci sono state complicazioni. Fra due settimane, il tempo necessario all’occhio per ristabilirsi completamente dalla chirurgia, il dispositivo sarà attivato e calibrato per la funzione visiva del paziente”, ha dichiarato il Dottor Stanislao Rizzo, direttore del Reparto di Chirurgia oftalmica dell’Azienda ospedaliero-universitaria pisana. “Dal momento dell’attività anche la riabilitazione prenderà il via permettendo al paziente di ottenere i migliori risultati possibili in termini di visione funzionale”, ha aggiunto il Dottor Rizzo.
Il complesso dispositivo Argus II è stato realizzato presso i laboratori della Second Sight Medical Products in California, ed è composto da minuscoli elettrodi collegati alla retina capaci di captare informazioni visive attraverso una microcamera montata su un paio di occhiali speciali. Grazie ad un processore che decifra il segnale video, le immagini riprese sono inviate (senza fili) a un ricevitore. Con questo tipo d’intervento i pazienti non vedenti potranno cominciare nuovamente a vedere le ombre e a riconoscere gli oggetti.
“Sono molto felice di poter offrire in Italia per la prima volta in assoluto questo trattamento approvato per la cecità causata dalla retinite pigmentosa. Spero che possa incoraggiare gli affetti da questa condizione e cercare consigli medici negli eccellenti centri ospedalieri europei, come quello che abbiamo qui a Pisa. E’ meraviglioso che la medicina ora possa fare qualcosa per i non vedenti”: queste le parole del Dottor Rizzo, coordinatore dell’equipe medica che ha condotto la straordinaria operazione.
Tanto l’orgoglio espresso da varie professionalità per l’eccellenza dimostrata dall’Università di Pisa e dal nostro paese. Infatti, questo complesso e straordinario intervento è destinato a rivoluzionare l’approccio chirurgico alla cura di queste malattie, ma soprattutto si rivelerà utile per dare nuovi impulsi alla ricerca e alla collaborazione con centri di ricerca internazionali. Abbiamo contribuito a compiere un passo fondamentale verso la restituzione della vista ai non vedenti.

(a cura di Sabrina Brandone)

FONTE: http://www.bolognatg24.it/bologna-notizie/2011/11/03/21057/occhio-bionico-straordinario-intervento-a-pisa/   link

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27 ottobre 2011 4 27 /10 /ottobre /2011 04:18

occhio_ragazza.jpgA forza di mettere a fuoco schermi o fogli di carta, gli occhi hanno perso l’abitudine di fissare l’orizzonte. E fra le conseguenze c’è l’aumento della miopia nei paesi industrializzati. Negli Stati Uniti il disturbo della vista più comune che esista (un miliardo e mezzo di persone nel mondo) è passato dal 25 per cento del 1972 al 42 del 2004. Singapore, con l’incidenza più alta del mondo, arriva all’80 per cento, mentre un italiano su quattro è miope, costretto molto spesso a indossare gli occhiali fra l’età delle elementari e quella dell’università.
Ma libri, tv e computer sembrano questa volta innocenti. Né carote e mirtilli sono più considerati toccasana. Le principali nemiche della miopia sono le ore trascorse all’aria aperta. Lo si era iniziato a notare una manciata di anni fa, e oggi uno studio presentato all’American Academy of Ophthalmology in corso a Orlando conferma che per bambini e adolescenti ogni ora in più alla settimana trascorsa all’aria aperta fa diminuire la probabilità di diventare miopi del 2%.
I ragazzi costretti a indossare occhiali hanno l’abitudine di passare fuori casa 3,7 ore alla settimana in meno rispetto a quelli con dieci diottrie, secondo i dati presentati da due ricercatori dell’università di Cambridge, Anthony Khawaja e Justin Sherwin.
I benefici dell’aria aperta non si limitano dunque a linea e metabolismo. Le possibili ragioni per cui uscire di casa protegge dalla miopia sono due. Da un lato la luce naturale, molto più brillante delle lampadine, protegge la forma del bulbo oculare stimolando nella retina la produzione di dopamina, un neutrotrasmettitore che svolge tra l’altro la funzione di limitare la crescita del bulbo oculare. Dall’altro, quando ci troviamo all’aperto il nostro occhio tende naturalmente a mettere a fuoco oggetti più lontani, o addirittura l’orizzonte se ci si trova a distanza dalle città.
Chi guarda molta tv ma compensa con le ore passate all’aria aperta non è più soggetto a miopia di chi disdegna il telecomando. E sembra anche sfatata l’idea secondo cui lettura e schermi “stanchino gli occhi” causando la deformazione del bulbo oculare (disturbo che comunque resta in buona parte determinato dai geni ereditati). Né lo sport di per sé - se praticato al chiuso in palestra o nei palazzetti - aiuterebbe a mantenere la capacità di vedere lontano.
Non a caso, al netto del patrimonio genetico, i bambini con l’occhio di aquila sono quelli studiati in Australia, paese dalla luce chiara e dagli orizzonti vasti in cui le ore passate all’aria aperta (14 alla settimana) sono molte di più rispetto a Singapore (appena 3 ore alla settimana), capitale delle diottrie mancanti.

FONTE:   http://www.repubblica.it/salute/medicina/2011/10/26/news/miopia_aperto-23869200/   link

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9 agosto 2011 2 09 /08 /agosto /2011 09:04

Una degenerazione del vitreo che coinvolge anche la retina.

Il morbo di Vagner è una rarissima malattia dell'occhio. Questa malattia è di tipo ereditario, e si presenta tramite alterazioni dell'umore vitreo (la massa di gel esistente tra cristallino e retina). Chi ne è affetto ha di solito la miopia (non necessariamente alta) e una limitazione del campo visivo centrale, causata da una cataratta pre-senile.

La caratteristica principale della patologia è la presenza di condensazioni fibrillari e velature periferiche. La retina viene coinvolta perchè a mano a mano è soggetta ad alterazioni della pigmentazione. Essa subisce una trazione periferica, ovvero ai lembi. Nei pazienti di giovane età, la forma patologica di Vagner porta a un distacco di retina dovuto a buchi atrofici; in persone di mezza età, invece, avviene il distacco di retina tradizionale.

La patologia di Vagner è correlata alla mutazione del gene VCAN. Il VCAN codiica il versicano, il quale costituisce il 10% delle proteine presenti nel corpo vitreo.

É una malattia allelica che si trasmette in modo autosomico dominante, con espressività variabile.

Quando avvengono rotture della retina senza distacco, si esegue il trattamento tramite laser-terapia. I pazienti giovani possono essere sottoposti anche a un intervento di vitrectomia.

Invece, nel momento in cui avviene una cataratta pre-senile (citata nel primo paragrafo), si effettua un trattamento chirurgico tramite l'immissione di una lente intra-oculare artificiale.

Primo piano di occhio con iride color nocciola | Source Transferred fr
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