A più di un secolo dalla sua nascita, la radio mostra ancora una versatile capacità di cambiare più volte la sua pelle, cogliendo al volo i mutamenti della società.
La radio nasce come telegrafo senza fili: una comunicazione “punto a punto”, l’offerta di un canale di comunicazione a più soggetti a ciascuno dei quali è lasciato il compito di inserire il contenuto, il messaggio che gli interessa trasmettere a uno o più destinatari da lui prescelti. Si tratta di un’applicazione pratica della natura ondulatoria della luce teorizzata dal matematico Maxwell.
L’etere, cioè l’atmosfera, può essere percorso da onde, di varia frequenza, che l’uomo può generare artificialmente. Il giovane Guglielmo Marconi ingegnerizza questo principio. Il suo primo riuscito esperimento, del 1895, è la trasmissione di un segnale nell’alfabeto telegrafico Morse (punti e linee) nei terreni di Bologna.
L’invenzione della valvola termoionica consentì di trasmettere la voce umana e non più solo l’alfabeto Morse. Nel 1913 la General Electric riuscì a produrne un modello sufficientemente durevole ed economico, ma tuttavia soltanto durante la prima guerra mondiale, di fronte ad una massiccia domanda degli eserciti in lotta, si era trovato il modo di produrre in serie, a basso costo, il triodo come una lampadina.
Dopo la guerra mondiale le industrie avevano sviluppato tecnologie e linee di produzione, ma non avevano più le commesse militari. Ritennero allora conveniente, negli Stati Uniti, lanciarsi nella produzione seriale di semplici apparecchi-radio solo riceventi per uso domestico.
Il mezzo radiofonico è un medium monolocale, che utilizza solo il canale audio, escludendo automaticamente la possibilità, per chi parla, di sfruttare mimica e gesti. Inoltre, è un medium secondario, si ascolta facendo altro, quindi spesso distrattamente, per cui chi parla deve fare di tutto per farsi capire.
La radiolina a transistor è la prima espressione di una nuova generazione di apparati mobili. Non ha più niente del massiccio apparecchio in legno e bakelite degli anni ’30-’40, dominatore del salotto. La produzione diventa di serie e di plastica colorata; la radio è ormai minuscola, soft, tascabile, alimentata da batterie leggere.
Il ragazzo col walkman porta con sé la sua sfera privata, attraversando con essa uno spazio pubblico da cui gli giungono solo stimoli scarsamente significativi. La sua estraneità dalla dimensione pubblica è manifesta, il corpo si muove ritmicamente al suono di una musica che sentiamo appena: l’appartenenza a quella tribù di cui noi non comprendiamo il linguaggio è ostentata.
