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L´euro è già giunto al capolinea della sua breve vita?

É questa la domanda che cittadini, governi e mercati si pongono di frequente in questi turbolenti mesi di crisi finanziaria.

In principio fu la fredda Islanda a crollare, trascinata in una scellerata speculazione che mostrò tutti i danni quando esplose la crisi dei mutui sub-prime degli USA. L'Islanda non aveva e non ha l'euro e non fa nemmeno parte dell'Unione Europea. Ma perché i danni raggiungessero la moneta unica era solo questione di tempo. Infatti poi è toccato alla calda Grecia chiedere aiuto, a dimostrazione che speculazione e crisi non conoscono differenze di clima. Un enorme debito pubblico provocato anche da una classe politica corrotta, ha costretto la Grecia a dover accettare un aiuto da 110 milioni. Il principale creditore della Grecia sono le banche tedesche, Deutsche bank in prima fila, e in second'ordine quelle francesi, le quali avevano spolpato la preda quando era più succulenta. Pertanto il salvataggio greco ha reso di fatto un popolo schiavo delle banche tedesche per almeno un decennio. E il prossimo chi sarà? Il Portogallo probabilmente. Ma il Portogallo è un paese piccolo come Grecia e Islanda. Il rischio più grande viene adesso dalla Spagna, un paese di quaranta milioni di abitanti che ha vissuto anni di crescita fittizia, a ruota di una bolla immobiliare artificiosa. La speranza è che essa eviti il rischio fallimento, perché l'intervento europeo sarebbe stavolta molto più massiccio. Secondo alcuni un simile esborso tirerebbe nel vortice anche l'Italia, la quale non ha ad oggi una situazione particolarmente complessa: ha un alto debito pubblico ma non ha attraversato bolle finanziarie. L'Italia vive una situazione migliore di quella spagnola, all'estero fanno i complimenti a Tremonti per i conti. Eppure il nostro paese paga il declino dell'ultimo ventennio che ci ha portati ad essere uno dei paesi europei con salari più bassi . Il Financial Times fa presente che l'Italia deve pregare che non ci sia il crack spagnolo, altrimenti salvare gli iberici costerebbe al Bel Paese più di quanto si possa permettere. La povertà non è qualcosa di dato, non è il cadere da un giorno all'altro nell'impossibilità di fare tre pasti al giorno, è una erosione incalzante delle certezze precedentemente costruite, della possibilità di fare piccole cose, è semplicemente quotidianità. L'Italia è oggi un involucro vuoto, una nave che procede senza rotta, che sta perdendo tutte le sfide col progresso, continuando a vegetare in un’organizzazione semi-feudale incapace di reali cambiamenti.

Euro crisis
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