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Testimone del tempo collettivo, sociale e politico, pittore con l'urgenza prorompente di esprimere il proprio racconto di immagini, Renato Guttuso si consacra immenso maestro del secolo scorso nell'antologica allestita al Vittoriano per omaggiare i 100 anni della nascita. In esposizione un centinaio di opere, provenienti dalle maggiori collezioni pubbliche e private internazionali, dipinti, disegni, tele monumentali, tra cui 'La Vucciria', 'Il funerale di Togliatti', 'La spiaggia', 'La crocifissione'.
Tra i protagonisti indiscussi dell’arte italiana del Novecento, Guttuso è stato un originale interprete del suo tempo, mettendo insieme arte, impegno civile, tensione etica, con mirabile coerenza stilistica. La mostra, curata dal figlio adottivo Fabio Carapezza Guttuso ed Enrico Crispolti (con il coordinamento di Alessandro Nicosia), documenta – attraverso cento opere (catalogo Skira) - le tappe di una carriera brillante, con alle spalle un apprendistato artistico precoce, iniziato nella bottega di un decoratore di carretti siciliani.
A Roma, dove il Maestro siciliano si era stabilito definitivamente dal 1931, fino alla scomparsa, avvenuta il 18 gennaio del 1987, si presentarono le occasioni sperate. La collaborazione con personaggi come Moravia, Pasolini, Montale, Neruda, Visconti, ai quali era unito anche da un rapporto di stima reciproca e di amicizia, e ancora la militanza al Partito Comunista Italiano, la partecipazione alla Resistenza, avviarono una stagione feconda, influenzando con evidenti richiami politici la produzione di quegli anni, non risparmiandogli però polemiche clamorose. L’entusiasmo per la “lezione picassiana” gli valse negli anni Trenta la censura fascista.
Guttuso ci ha lasciato un affresco corale della storia del Paese: ha quasi monitorato i cambiamenti sociali, rappresentando le persone comuni con le loro passioni, le lotte pubbliche e private, operai, contadini, braccianti, specie nelle tele del dopoguerra, per poi passare ai ritratti della Roma salottiera - siamo negli anni Sessanta -, fino alle grandi composizioni degli anni Settanta, in cui la quotidianità raggiunge una dimensione epica. «Il volto è tutto, sulla faccia della gente c'è la storia che stiamo vivendo, l'affanno dei giorni. La portiamo incisa più dei fatti che ci accadono in presa diretta o che avvengono lontano: noi siamo la vera pellicola della realtà; e io la dipingo», così scriveva l’artista nel 1971.
fonte: http://www.infooggi.it/articolo/guttuso-al-vittoriano/32247/