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"Da adolescente, in India, verso fine anni'70, ho visto 'Star Trek' e da lì ho iniziato a sognare di avere un computer così, uno che avesse la risposta a tutto perché conosceva ogni minima cosa". Più avanti, laureato in ingegneria informatica a Rorkee, diplomi superiori in ricerca dei dati all'Università di Minnesota Duluth, e alla Cornell di Ithaca, New York, Amit Singhal, oggi il numero uno del team che elabora, applica e costantemente sviluppa gli algoritmi di Google, non ha mai tolto gli occhi dalla meta. Così, ora che il motore di ricerca pù utilizzato e noto del pianeta ha annunciato di essere pronto a considerarsi una intelligenza artificiale, tocca a lui chiarire come fanno e come intendono proseguire a fare, col ritmo esponenziale di progresso tecnico a cui il colosso di Mountain View ha legato la sua leggenda, a insegnare a un computer che nel mondo non ci sono solo numeri, stringhe e parole, ma "cose". E che noi umani le parole e i numeri le adoperiamo proprio per indicarle: "Per il nostro cervello è facile e naturale, ma per un'insieme di link, processori e programmi richiede un salto di qualità straordinario. Corrispondente al passaggio prima dai dati all'informazione, poi dall'informazione alla conoscenza".
"Google knowledge graph", diagramma della conoscenza, si chiama infatti il progetto che Singhal dirige e che, gettata la bomba qualche settimana fa, ora illustra in teleconferenza da Londra a un pubblico ristretto di nove interlocutori in Europa - giornalisti, analisti delle nuove tecnologie e osservatori interessati soprattutto al suo effetto sulla nostra vita - mentre in perfetto stile informale Google mescola un caffè nel bicchiere di carta preso all'angolo beveraggi della sede londinese: "Prendetevene uno, se vi va: da qualche parte, lì nelle altre nostre sedi all'estero dove siete ospiti, c'è di sicuro". In maglioncino azzurro e jeans, il capoprogetto dell'impresa "Star Trek" sorride entusiasta: "Sembra ieri che i computer proprio non riuscivano a capirci, perché non sapevano di che cosa stessimo parlando. Gli dicevi "apple" e non avevano la più pallida idea se stessi cercando una mela da mangiare o un'azienda globale. Solo perché la parola era la stessa, e per il computer esisteva solo la parola. Peggio ancora, all'inizio l'unica via per rispondere che aveva era rintracciare ogni documento che la contenesse". Poi - è storia - è nato l'algoritmo "Page Rank" (dal nome di Larry Page, fondatore di Google con Sergey Brin), e a mettere in ordine le scartoffie digitali è entrato in campo il concetto di "rilevanza". Ma aveva ancora a che fare con la frequenza d'uso e l'associazione con altre parole chiave. Non bastava, per dire, a distinguere "Apple" da "apple", ma solo a stabilire che era più frequente che un informatico o un investitore cercassero Steve Jobs che l'ortolano dietro l'angolo. E ci volevano tempo e successive richieste, per arrivarci, per non parlare di chi fosse interessato alla mela di Eva nella Bibbia o alla Big Apple intesa come New York...(CONTINUA)
fonte: http://www.repubblica.it/tecnologia/2012/05/15/news/computer_star_trek-35157193/